5 Aprile 2018
 
 
.::Personal Shopper::.
 
 

Titolo originale: id
Regia e Sceneggiatura: Olivier Assayas.
Fotografia: Yorok Le Saux
Montaggio: Marion Mannier
Scenografia: Framçois Renaud Labarthe.
Costumi: Jurgen Doering
Interpreti: Kirsten Stewart (Maureen Cartwright), Lars Eidingen (Ingo), Sigrid Bouaziz (Lara), Anders Danielsen Lie (Erwin), Ty Olwin (Gary), Nora von Waldstatten (Kyra).
Produzione: Charles Gilbert, Artemio Benki, Fabian Gasmia ecc.
Distribuzione: Academy Two
Durata: 105’
Origine: Francia/Germania, 2016.

 

 Vincitore a Cannes 2016 del premio per la miglior regia, intelligente, colto raffinato, intellettualistico, zeppo di simboli, “Personal Shopper” è un film scritto e diretto dal sessantaseienne Olivier Assayas, ulteriore frutto del suo cinema sperimentale e fuori dai canoni.
Maureen (la Kirsten Stewart che avete visto nella “Twilight Saga”) è una ragazza americana che vive a Parigi dove svolge la professione di personal shopper cioè quella persona che acquista oggetti e soprattutto abiti per un’altra. Quest’ultima è una certa Kyra, donna manager e star esigentissima. Maureen ha perso da pochi mesi il fratello Lewis con il quale condivideva una malformazione al cuore e il dono di comunicare con gli spiriti.
La ragazza ‘sente’ ancora la presenza del fratello e lo cerca auscultando i segnali che questi potrebbe fargli pervenire dall’aldilà, sotto le più svariate forme (un rubinetto che si apre, un bicchiere che va in frantumi, suoni e scricchiolii vari). “Personal Shopper” racconta, in fondo, la complessità del nuovo mondo cosiddetto ‘liquido’, l’evanescenza dei rapporti che in questo instauriamo, l’assuefazione al dilagare di immagini sempre più piccole e frammentate, la solitudine che l’infinita e istantanea possibilità di comunicare finisce per indurre, il bisogno e il desiderio di scoprire la nostra identità, sempre frustrata dalla dominanza dell’apparire, la permanenza di “spiriti” che sfuggono al controllo del reale, pur permeandolo. Film di fantasmi assurdamente e genialmente laico, film di doppi, perduti come Lewis o subiti come Kyra, film di ectoplasmi e figure più o meno eteree che vediamo attraverso gli occhi della protagonista. Tanti, troppi sono gli spettri che popolano il suo inconscio e poche le presenze reali con cui confrontarsi, fra cui il
compagno lontano che la invita a raggiungerlo, con cui comunica via skype. Impervio ma affascinante, l’opera si configura come un ‘thriller dell’anima’ sulla paura della perdita e il bisogno di spiritualità e di trascendenza in un mondo dove la ricerca dei beni materiali e la gabbia della multimedialità accentuano a dismisura la solitudine e perfino i classici colpi delle sedute spiritiche diventano interminabili scambi di messaggi sul tablet o sullo
smartphon, o segnali da interpretare che generano inquietanti e ambigui interrogativi.
Ricco di richiami a Lynch , a Kubrick, ma anche a Kurosawa, e di interessanti ricerche sul campo dello spiritismo, che tirano in ballo la pittura di Hilm Af Klint, antesignana ai primi del ‘900 del Futurismo ancora da venire, e le sedute spiritiche di Victor Hugo, “Personal Shopper” esige un’alleanza diversa tra l’autore e lo spettatore. Ma resta un’esperienza ineludibile per chi è disposto a confrontarsi con nuovi modi di raccontare la realtà e accetta la sfida di un cinema alternativo. Magnificamente irrisolto quest’opera spinge ancora in avanti l’esplorazione che lo stesso Assayas avevo compiuto col suo precedente, ugualmente inquietante, “Sils Maria” dove ancora Kirsten Stewart, vestiva panni simili a quelli del personaggio di “Personal Shopper”, essendo , in quello, l’assistente personale di una nota attrice.