27/2      LONTANO

Titolo originale: Loin.
Regia: André Techiné.
Sceneggiatura : Mehdi Ben Attia, Faouzi, Bensaidi, André Techiné (dialoghi aggiunti di Michel Alexandre).
Fotografia: Germain Desmoulins.
Montaggio: Hervé de Luze.
Musica : Juliette Garrigues.
Scenografia : Maria José Branco.
Interpreti: Stéphane Rideau (Serge), Lubna Azabal (Sarah), Mohamed Hamaidi (Said).
Produzione: Said ben Said, Andres Martin ecc. Distribuzione: Mikado.Durata: 120’.
 Origine: Francia/Spagna, 2001

Il cinema francese intimista e multietnico è presente nel nostro cartellone con l’ultimo film di André Techiné, un regista quasi sessantenne sensibile ed attento alla condizione umana, messosi in mostra più di dieci anni fa con “Niente baci sulla bocca” e, più di recente, con “L’età acerba”. Strade d’asfalto e d’acqua, camion, navi, parcheggi, dogane militarizzate in cui passa il consumo globale, il mare che unisce e divide, questo lo scenario di “Lontano” nel quale Techiné fa muovere i suoi personaggi nell’arco di tre giorni. A Tangeri, nella luce nitida e commovente delle città di mare, nel luogo letterario degli ultimi insabbiati europei dell’eros gay che si mescolano a ragazzi arabi decisi ad emigrare in Europa, si parla francese, arabo, spagnolo ,inglese, ebraico, nigeriano. A Tangeri s’incontrano un camionista francese che fa la spola fra la Francia e il Marocco con carichi di stoffe, di indumenti confezionati,a volte di droga; la sua amante, ragazza ebrea-marocchina che gestisce un piccolo albergo ambiguo, se non losco di proprietà della sua famiglia, incerta se restare o raggiungere il fratello in Canada; un ragazzo arabo, amico del camionista, che corre veloce per la città in bicicletta e che vuole andarsene di lì. Tre personaggi, tre giorni, grandi decisioni, occasioni perdute, l’amore-passione turbolento e insicuro, il porto nordafricano vitale e inerte, i paesaggi desertici attraversati da camion polverosi, gli usi arabi ed ebraici, il bianco e l’azzurro, l’aria limpida. Circonda i personaggi di “Lontano” un piccolo popolo composto di omosessuali britannici, single incinte, cineasti e altri abitanti assortiti di una specie di terra di nessuno, dove tutti sembrano in transito. E’ proprio questo senso di precarietà la caratteristica migliore del film di Techiné, dove Tangeri diventa emblema di un mondo fluttuante come quello in cui abitiamo oggi, pieno di partenze senza meta precisa e ritorni soltanto temporanei. Girato in video con attrezzature leggere ma tecnologicamente avanzate, il film fa centro sulla città, che il regista sembra conoscere fin nei recessi più segreti e che configura come l’ambiente più propizio agli smottamenti del destino. E’ un’opera decisamente interessante quella di Techiné, giustamente ambiziosa: lo stile evoca certi film degli anni ’30 (Jean Gabin, “Il porto delle nebbie”, le navi, l’esotismo più prossimo, i destini intrecciati, i lavoratori laconici) e  il racconto esprime il cosmopolitismo coatto dei nostri anni. Tangeri come ponte fra il  Nord e il  Sud del mondo. Ma anche un muro fra i due mondi. Non è un luogo in cui stare ma un posto da attraversare. La frontiera è spalancata ai sudisti del nord che vanno a cercare un senso, un’ispirazione o solo un buon affare. Chiusa a tutti gli uomini del sud, stregati dal mito “nordista”, che cercano solo un modo per aggirare la matematica burocratica degli ingressi numerati. Lontano è il benessere, la soddisfazione di sé, la terra dei nostri sogni, l’amore che resiste ai disamori, il passato, la fine di un romanzo, un miraggio di felicità.

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