1 Marzo 2018
 
 
.::L'altro Volto della Speranza::.
 
 

Titolo originale: Toivon tuolla puolen
Regia e Sceneggiatura: Aki Kaurismaki
Fotografia: Tima Salminen
Montaggio: Samu Heikkila
Scenografia: Ville Gronroos, Heikki Hakkinen, Markku Patila
Costumi: Tina Kaukanen
Interpreti: Sherwan Haji (Khaled), Sakari Kuosmanen (Waldemar Wikstrom), Kaija Pakarinen (sua moglie), llkka Koivula (Calamnius)
Produzione: Aki Kaurismaki, Mishga Jaari, Mark Lwoff per Sputnik/Oy Bufo Ab
Distribuzione: Cinema
Durata: 98'
Origine: Finlandia/Germania, 2017

 

 Se c'è un regista del quale possiamo dirci sinceramente affezionati questo è il finlandese Aki Kaurismaki che abbiamo seguito nei suoi primi successi internazionali come con "Ho affittato un killler" (stagione 1991/92) o "Vita da Boheme" l'anno successivo. Sei anni dopo il famoso "Miracolo a Le Havre" il sessantenne autore di culto di Orimattila (sud Finlandia), torna sugli schermi con l'ennesimo apologo divertente e fantasioso, "L'altro volto della speranza", dedicato al mondo, a lui tanto caro, dei perdenti e degli outsider. Orso d'Argento al Festival di Berlino 2017, prodotto e girato interamente in patria, il film è l'incontro di due vite totalmente differenti che si in crociano e trovano un'intesa che nasce da un afflato umanitario, ma che è anche patto di reciproca utilità e convenienza. Le pellicole di kaurismaki sono mondi a parte, autosufficienti, sospesi. I personaggi, i soliti, ricorrenti, consimili o relativamente diversi rimbalzano da un film all'altro confermando l'esistenza di microcosmi riproducibili, modulari che richiedono un'attenzione particolare. Quale la variante di questa sua ultima narrazione-racconto inverosimile? Una favola tenera, comica e amara ambientata al giorno d'oggi ma che rifiuta programmaticamente il presente (che peraltro sa delineare con acutezza) con un'ambientazione decisamente passatista: si usano macchine da scrivere, telefoni con la cornetta e vecchie valigie. Una pellicola carica di umanità ed empatia (della quale volutamente non accenniamo neanche la trama) che riprende alcuni temi del suddetto "Miracolo a Le Havre", e li sviluppa senza neanche più il bisogno di giocare a citare il cinema francese del "Fronte popolare" degli anni '30 e '40. Un film che parla di speranza e immigrazione senza semplificazioni e retoriche, di persone di cuore e della loro importanza. Il regista finlandese parte da una conoscenza sincera degli emarginati e ricorda che ciascuno può fare qualcosa; invita a riconoscere nell'altro un lato di noi, perché sia i profughi provati dalla guerra sia gli occidentali disillusi e provati dalla perdita delle certezze hanno bisogno di una speranza. Kaurismaki non è un cineasta che addolcisce la realtà, ma con i suoi toni surreali, le sue battute e trovate esilaranti ( memorabili le scene del sushi e dell'ispezione), ne sa far apprezzare gli aspetti meno immediati. Come al solito l'autore mette insieme un tenero quanto squinternato teatrino di esseri umani uniti dal caso: rifugiati più o meno clandestini, invecchiati country-rocchettari, (ricordate i "Leningrado cowboys" del 1989?), camerieri stanchi, un cuoco improbabile, e una paradossale figura di maturo commesso viaggiatore, Wikstrom (Sakari Kuosmanen), deciso a regalarsi una nuova opportunità di vita dedicandosi alla ristorazione. Il protagonista Khaled (interpretato dal bravo attore siriano Sherwan Haji, realmente rifugiato politico in Finlandia), emerge nel film dalla notte dei tempi, portato sulla terra dall'anarchia dei mari con il corpo cosparso di sabbia. Sembra un alieno atterrato dal nulla su una landa solo in apparenza disposta ad accogliere tutti: il giovane lo imparerà a sue spese, senza tuttavia perdere la speranza.