29 Marzo 2018
 
 
.::Happy End::.
 
 

Regia: Michael Haneke
Soggetto: Michael Haneke
Sceneggiatura: Michael Haneke
Fotografia: Christian Berger
Montaggio: Monika Willi
Musica: Guillaume Sciama
Costumi: Coralie Sanvoisin
Interpreti: Jean-Louis Trintignant (Georges Laurent), Isabelle Huppert (Anne Laurent), Toby Jones (Lawrence Bradshaw)
Produzione: ARTE France Cinéma, France 3 Cinéma, Les Films du Losange, Wega Film, X-Filme Creative Pool
Distribuzione: CINEMA
Durata: 107'
Origine: Francia/Austria/Germania, 2017

 

Ci voleva l’occhio rigoroso e l’austerità autoriale di Michael Haneke per trasformare l’Happy end di cui parla il titolo del suo ultimo film in un’indagine spietata sul vuoto di valori della nostra società.
Siamo in Francia, a Calais, terra di passaggio sulle rotte di migranti che cercano in Europa una nuova vita, ma qui si racconta il crollo e l’agonia della fine: quella di un corpo, di Georges Laurent, vecchio patriarca di una famiglia di industriali, costretto su una sedia a rotelle in seguito ad un incidente e che ora vuole morire, e quella di tutta la sua dinastia alle prese con una povertà morale e di ideali che la obbliga a ripiegarsi su se stessa, in preda ad ogni forma di psicosi e alla totale incapacità di agire.
L’azienda da lui fondata è ora guidata dalla figlia, che però nonostante tutti i suoi sforzi non riesce a gestire la situazione, drammaticamente complicata anche da un incidente avvenuto ad un operaio sul lavoro, causato anche da responsabilità della dirigenza. Non viene tra l’altro per nulla aiutata nemmeno da suo figlio, che sente il peso della successione dinastica di cui non è assolutamente in grado di reggere la responsabilità, e reagisce rifugiandosi in violente crisi di nervi che lo rendono totalmente inaffidabile.
Anche l’altro figlio di Georges Laurent è bloccato nelle sue contraddizioni esistenziali, tormentato da una vita sentimentale inquieta e totalmente incapace di costruire relazioni personali mature. Questa sua inadeguatezza si riflette anche sul rapporto con la figlia di primo letto, venuta controvoglia a vivere con lui dopo il ricovero della madre.
Ed è proprio alla giovane Eve che il regista affida il suo sguardo. La ragazzina è consapevole del mondo che la circonda e di quello che le sta accadendo intorno. Ma la sua consapevolezza non porta alla voglia di agire, ma anzi ne aumenta solo l’apatico distaccato.
Si aggira per la casa e rovista negli angoli più nascosti della vita della sua famiglia, protetta dalla fotocamera di un iphone con cui riprende tutto senza partecipare a niente: la quotidianità della madre depressa, la morte di un criceto a cui ha dato degli psicofarmaci.
Ed è in questo distacco tra un’azione, che non ci viene mostrata, e le sue conseguenze che ci vengono sbattute davanti agli occhi senza che ci sia una reazione, che si annida la visione pessimista e spietata di Haneke: sull’individuo, sulla famiglia e sulla nostra società.
Il film è sostenuto e rafforzato da un cast di prim’ordine, con la collaudatissima coppia Jean-Louis Trintignant e Isabelle Huppert, che forniscono l’ennesima ottima prova attoriale, attorniati da Mathieu Kassovitz e da una gioventù interessante rappresentata Fantine Harduin nei panni di Eve e di Franz Rogowski, nel ruolo dell’instabile figlio della Huppert.
Forse dietro l’occhio che riprende di Happy end, si nasconde anche un giudizio di Haneke sul cinema stesso, lasciando magari presagire una vitale svolta linguistica e narrativa nella sua prossima produzione, dopo aver portato a compimento con i suoi ultimi film un’analisi spietata sulla nostra società.