8 Febbraio 2018
 
 
.::Elle::.
 
 

Titolo originale: id. Regia: Paul Verhoeven
Soggetto: dal romanzo "Oh" di Philippe Djian
Sceneggiatura: david Birke, Harold Manning
Fotografia: Stéphane Fontaine
Montaggio: Job ter Burg
Musica: Anne Dudley
Scenografia: Laurent Ott
Costumi: Nathalie Raoul
Interpreti: Isabelle Huppert (Michèle Leblanc), Laurent Lafitte (Patrick), Anne Consigny (Anna), Charles Berling (Rochard Leblanc)
Produzione: Said Ben Said, Michel Merkt, Sébastien Delloye
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 130'
Origine: Fra/Germ/Bel, 2016.

 

 Qualcuno ricorderà Paul Veroheven che trovò spazio nella nostra stagione 1998/99 con il suo "Starsheep Troopers" che divise nettamente la sala tra favorevoli e contrari al film. In effetti il regista settantanovenne olandese per tutti gli anni '80 e '90 ha diretto opere di grande successo ma assai provocatorie come "Robocop", "Basic Instinct" o "Show Girls". Diverso il percorso artistico di Isabelle Huppert, divina star francese senza limiti, sessantaquattrenne premiata due volte a Cannes ("La pianista" più recentemente e "Violette Nozière" quando aveva venticinque anni diretta da Claude Chabrol). L'incontro tra queste due personalità cosi diversamente provocatorie e creative ha determinato la nascita di questo "Elle", che Verhoeven ha liberamente tratto dal romanzo "Oh" di Philippe Djian (Voland editore), conducendo, peraltro, l'attrice parigina alla nomination per l'Oscar quale migliore attrice protagonista 2017. Michèle è una di quelle donne che niente sembra poter turbare. A capo di una grande società di videogiochi, gestisce gli affari come le sue relazioni sentimentali: con il pugno di ferro. Ma la sua vita cambia improvvisamente quando viene aggredita in casa da un misterioso sconosciuto. Imperturbabile, Michèle cerca da sola di rintracciarlo senza nulla denunciare. Una volta trovato, tra loro si stabilisce uno strano gioco. Un gioco che potrebbe sfuggire loro di mano da un momento all'altro. Tentare di definire un film come "Elle" significa occuparsi di una stranissima bestia multiforme: dramma familiare, commedia nera, giallo hitchcockiano (si sospetta di un vicino come ne "La finestra sul cortile", sono presenti forbici da usare come arma di difesa modello "Il delitto perfetto") e shock erotico europeo (c'è il sadomasochismo de "La pianista" di Haneke nonché il trauma che ti trasforma da vittima a carnefice a la "Il danno" di Louis Malle). Solamente Isabelle Huppert sarebbe stata in grado di interpretare un personaggio così potente, complesso e affascinante. Solamente Paul Verhoeven avrebbe potuto avere il coraggio di sfidare una grande attrice a esplorare il cuore di tenebra della sessualità femminile. La candidatura all'Oscar, del resto, si giustifica attraverso l'iconica raffinatezza dell'attrice - i gesti, l'andamento, il portamento, la cadenza sussurrata della voce - per costruire un personaggio ostentatamente indefinibile, in bilico tra l'orrore e la provocazione continua, capace di desacralizzare tutto, dall'amore per la madre (che finisce in una nuvola di cenere gettata a favore di vento) a quello per il figlio (verso cui la riconciliazione appare come un gesto di concessione regale), facendo sberleffi al patriarcato implicito che combatte sin dall'infanzia (quel padre assassino di cui è malignamente sospettata di essere stata complice), monade impazzita di un mondo che pretende di incasellare tutto. Il regista, dal canto suo, mai banale anche nei singoli dettagli, costruisce un grande film che sa essere duro e divertente, appassionante e dark. Lo fa, basandosi su una delle migliori sceneggiature degli ultimi anni, che non prova, finalmente, a fare la morale a tutti i costi, lasciando all'intelligenza di chi è seduto in sala di arrivare a una sua personale conclusione.